Cimitero della Villetta
(Viale della Villetta)

Il cimitero fu progettato nel 1817 dall'ing. Giuseppe Cocconcelli in stile neoclassico su un terreno in cui si trovava una villetta di proprietà del Collegio dei nobili. La pianta primitiva interna è ottagonale, ma all'esterno risultava quadrata: tutt'intorno si aprono 156 archi. I lavori di costruzione terminarono nel 1823, ma fin dal 1817 si cominciarono a seppellire i morti e tra i primi vi fu il poeta Angelo Mazza nel maggio dello stesso anno.
Di fronte all'ingresso vi è la cappella principale (1819), dedicata a San Gregorio Magno e la pala d'altare è di Giorgio Scherer. Sulla sinistra dell'ingresso si trova la tomba di Niccolò Paganini di stile neoclassico e vicino ad essa quella di Ildebrando Pizzetti. Di stile neoclassico è pure la tomba Rosazza con sculture di Tommaso Bandini.
Numerose sono le cappelle costruite durante il periodo in cui si imponeva lo stile liberty. Fra queste spiccano il famedio di Cleofonte Campanini su disegno dell'arch. Giuseppe Mancini (1927) e la cappella Romanelli (all'inizio del viale di sinistra) con le slanciate sculture bronzee di Emilio Trombara. Ad esse si contrappongono la più severa cappella cappella Romanini (1929) progettata dall'arch. Ettore Leoni con stile geometrizzante e col grande guerriero crociato dipinto da Daniele De Stroebel. Dello stesso Leoni è la cappella Bormioli. Ricordiamo anche le cappelle Corazza (di Ennio Mora), Milza e Grassi (di Mario Monguidi), nonchè le tombe di padre Lino e Alceste De Ambris.
Il cimitero venne poi ampliato in fasi successive in base alle necessità che sopravvenivano

 


Collegio Maria Luigia
(Via al Collegio Maria Luigia)

Il palazzo era trasformato nelle attuali strutture da Nicola Bettoli tra il 1836 e il 1847, modificando e ampliando l'edificio del sec. XVI che a sua volta era stato fatto edificare dal can. Antonio Lalatta sull'antico e leggendario palazzo imperiale, detto dell'Arena, costruito - vuole la tradizione - da Federico I nel 1159 e compiuto e abitato già nel 1164.
Le trasformazioni del sec. XIX erano state disposte da Maria Luigia per dare una sede al Collegio Ducale «Maria Luigia» (dal 1896 Convitto Nazionale), istituito nel 1831, derivandolo dalla fusione del Collegio dei Nobili (1601) e del Collegio Lalatta (1755).
Nell'interno meritano d'essere ricordati gli affreschi di Lattanzio Gambara, di Michelangelo Anselmi e di Giovanni Gaibazzi e una raccolta di ritratti (Sec. XVIII-XIX).
Gli affreschi di Lattanzio Gambara bresciano, eseguiti tra il 1572-73, adornano la volta e le pareti della Sala dei Giganti.
Essi rappresentano in modo allegorico la fa mosa Battaglia di Lepanto nella quale la Cristianità sconfisse il Turco.
Sopra la porta sta raffigurato il Committente degli affreschi Antonio Lalatta.
Gli affreschi di Michelangelo Anselmi, di grande interesse per la storia dell'arte parmigiana della metà del sec. XVI, adornano la volta della Biblioteca. Entro cornici l'artista dipingeva a colori scene bibliche (Giona che cade nelle fauci della balena, Il sogno di Giacobbe, 3 pretendenti della Vergine in attesa della fioritura del bastone) mentre nel resto della volta raffigurava a chiaro scuro colonne ioniche a spirale e variamente scanalate inserendo nelle nicchie, ricavate negli spazi tra colonna e colonna, 12 apostoli.
Nel 1865, Giovanni Gaibazzi dipingeva a chiaroscuro la volta del teatro, «sala maestosa e armonica nella sua semplicità». Nei quattro ovali sono raffigurati: l'architettura, la musica, la poesia e la pittura.
Il sipario, opera di Girolamo Magnani, rappresenta il maestro che conduce l'allievo al tempio della Fama.
La collezione dei ritratti, benché incompleta, consta di 139 dipinti ad olio, che nelle loro eleganti cornici in legno scolpito e di forma ovale adornano
i vari ambienti del Convitto. Gli effigiati, di cui non si conoscono gli autori, sono i principi, cioè i presidenti di quella Accademia degli scelti istituita nel 1662 da Ranuccio II allo scopo di stimolare la diligenza dei Convittori.
Al principe, infatti, era concesso l'onore di lasciare in Collegio il suo ritratto ad olio con indicati in una tabellina, posta sulla parte inferiore della cornice, il suo nome, i titoli e la data di elezione.
Sono, inoltre, meritevoli di menzione, conservati nella Cappella: L'Immacolata venerata da S. Paolo e S. Giovanni Zaccaria di Giuseppe Peroni: S. Francesco di Sales e S. Carlo Borromeo di Giovanni Gaibazzi.

 


Archivio di Stato di Parma
(Via Massimo D'Azeglio, 45)

Se non avesse subito la spoliazione del 1734, quando Carlo di Borbone trasferiva a Napoli il Fondo farnesiano, restituito in parte e in modo disordinato nel 1788, e soprattutto il bombardamento del 1944, l'Archivio di Stato di Parma sarebbe stato uno dei più cospicui d'Italia.
Istituito da Ranuccio I nel gennaio 1592 con titolo di Ducale Archivio segreto, esso è costituito dai seguenti fondi:
- Governo farnesiano (1545-1731);
- Reggenza di Enrichetta d'Este, vedova di Antonio Farnese e Governo di Don Carlo I di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V di Spagna, (1731-1736);
- Governo austriaco (1736-1748);
- Primo governo dei Borbone-Parma (1748- 1802);
- Governo francese (1802-1814);
- Governi provvisori e Governo di Maria Luigia d'Austria (1814-47);
- Secondo Governo Borbonico e Governi provvisori (1847-59);
- Regno d'Italia (1861-1946);
- Repubblica italiana (1946).

Tra le raccolte di atti non pertinenti ad alcun determinato ufficio governativo, vanno ricordate:
- Carte dei 200 Conventi soppressi in varie epoche (sec. IX-XIX)
- Raccolta diplomatica (IX-XVI)
- Carte feudali e Archivi delle famiglie nobili di Parma (IX-XVIII)
- L'Archivio Gonzaga di Guastalla (1406'1749);
- Raccolte di mappe e disegni; Raccolta di autografi (sec. XV-XVIII).

Il documento più antico è un diploma degli Imperatori Ludovico il Pio e Lotario del 10 luglio 826.